Nel complesso panorama della tutela dei minori, lo Spazio Neutro si configura come un luogo di confine, un territorio in cui il diritto del bambino alla bi-genitorialità deve armonizzarsi con la necessità di sicurezza e benessere. Tuttavia, troppo spesso, nel linguaggio burocratico e finanche in quello dei servizi, si tende a utilizzare l’espressione “incontri protetti” come un termine ombrello per descrivere qualsiasi forma di contatto tra genitore e figlio all’interno di uno Spazio Neutro.
È fondamentale invece sottolineare che non si tratta di una sottile distinzione terminologica, né di una questione puramente formale: la differenza tra Incontro Facilitante e Incontro Protetto è sostanziale e incide anche sul connaturare l’intervento.
All’interno dello Spazio Neutro, la configurazione degli incontri non è mai statica e la dobbiamo immaginare lungo un continuum in quanto si adatta alla complessità del nucleo familiare, al livello di rischio rilevato e alle prescrizioni dell’Autorità Giudiziaria.
Gli Incontri Facilitanti rappresentano una modalità di intervento in cui il focus primario è la tutela della relazione. Sono percorsi solitamente indicati per quelle famiglie segnate da una genitorialità fragile o disfunzionale, oppure da un’elevata conflittualità residuata dalla separazione coniugale, rifiuto o forte resistenza del minore agli incontri con un genitore. Qui, l’operatore ha la funzione di monitorare, facilitare e mediare le dinamiche relazionali, offrire un supporto orientato al rinforzo delle competenze genitoriali e al ripristino della relazione, affinché la frequentazione possa tornare a svolgersi autonomamente.
Diversa è invece la natura degli Incontri Protetti. In questi casi, il provvedimento risponde a preoccupazioni circa la sicurezza del minore, legate a situazioni di pregiudizio effettivo o potenziale, come situazioni di violenza, gravi quadri psichiatrici, dipendenze non gestite o rischio di sottrazione. Qui il baricentro dell’intervento si sposta drasticamente: oltre a garantire la continuità affettiva, la priorità assoluta diviene la protezione psico-fisica del bambino. Ciò richiede una sorveglianza costante e diretta, un monitoraggio visivo e uditivo continuo da parte di operatori qualificati che garantiscano la tutela del minore per l’intera durata dell’incontro.
Il cuore della questione risiede proprio nel significato che trasmettiamo attraverso il linguaggio.
Definire, dunque, indistintamente ogni incontro come “protetto” è un errore.
Le parole hanno un senso e un peso specifico: in un contesto di alta conflittualità familiare, parlare di “protezione” comunica implicitamente a un genitore e conferma all’altro, e soprattutto ai figli, l’idea che esista un pericolo da cui difendersi. Utilizzare questo termine quando in assenza di rischio o di pregiudizio significa, di fatto, confermare al bambino che quel genitore è una minaccia, anziché presentare il servizio e l’operatore come figure facilitanti, presenti per sostenere e mediare l’incontro.
La qualità progettuale dello Spazio Neutro inizia con un rigore e una chiarezza lessicale di base che dovrebbero essere recepiti uniformemente e fatti propri dall’Autorità Giudiziaria e dai servizi in generale. Presidiare questo aspetto terminologico non è un semplice esercizio formale o didattico, ma permette di declinare l’intervento in modo corrispondente alla specifica situazione, evitando che la terminologia stessa diventi un fattore di pregiudizio capace di ostacolare l’approccio e, in ultima analisi, il buon esito dei percorsi.


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