Il 12 febbraio, presso il Palazzo di Giustizia di Firenze, si è tenuto il convegno dal titolo “Il Rifiuto del minore a incontrare il genitore”, un evento di alto valore scientifico che ha visto la partecipazione corale di magistrati, avvocati e psicologi. Ad aprire i lavori è stato il Dott. Luca Pappalardo, dell’Istituto di Alta Formazione e di Psicoterapia Familiare di Firenze (IAF.F.), ente promotore dell’evento.
L’intervento del Dott. Pappalardo ha tracciato la “cornice” epistemologica necessaria per affrontare un tema così delicato.
Ha evidenziato la sfida di far dialogare due lenti scientifiche antitetiche: quella nomotetica del Diritto, basata sulla norma generale, e quella idiografica della Psicologia, centrata sull’unicità di ogni caso. Richiamando la Teoria della Complessità di Edgar Morin, Pappalardo ha messo in guardia dal riduttivismo: valutare la genitorialità o il rifiuto di un figlio senza considerare la complessità delle relazioni e la storia del dolore legata al divorzio risulterebbe parziale e inefficace.
Un punto centrale della sua relazione è stato l’omaggio a Vittorio Cigoli e al concetto di “Transfert sulla Legge”. Secondo Pappalardo, le famiglie in conflitto portano in tribunale un’istanza di giustizia retributiva (la ricerca di un colpevole), che nasconde però un bisogno implicito di giustizia riparativa. In quest’ottica, la CTU diventa uno strumento che “cura”, cercando di riparare il danno e rilanciare la fiducia nei legami familiari.

Il documento presentato durante la giornata, frutto di un intenso lavoro multidisciplinare, si propone come una “bussola” operativa per giuristi e psicologi. Attraverso una sistematizzazione in tre scenari diagnostici, l’obiettivo è favorire una sinergia tra la funzione di controllo del Giudice — garante ultimo del processo — e l’intervento trasformativo del consulente, offrendo risposte concrete alle situazioni più estreme di rifiuto filiale.

Il cuore del dibattito scientifico si è concentrato sulla necessità di superare letture parziali del fenomeno, adottando una valutazione multiassiale che integri le dimensioni temporale, contestuale, individuale e relazionale del nucleo familiare. Partendo dai riferimenti del DSM-5 (V61.20), è stato analizzato il “Problema relazionale genitore-bambino”, ponendo l’accento su come il conflitto possa generare nel minore gravi distorsioni cognitive, quali l’ostilità verso l’altro o sentimenti ingiustificati di alienazione.

La perdita emotiva di un genitore è stata descritta come una “ferita invisibile” che incide profondamente sullo sviluppo del Sé, compromettendo la regolazione emotiva e il senso di valore personale del figlio.
Per orientare i professionisti, sono state proposte tre categorie funzionali del rifiuto genitoriale, pur ammettendo zone di possibile sovrapposizione tra esse:

  • Rifiuto da fragilità pregressa del legame con il genitore rifiutato.
  • Rifiuto indotto dal conflitto coniugale.
  • Rifiuto da vissuto traumatico.

Un contributo fondamentale della giornata ha riguardato la traduzione di queste diagnosi in ipotesi di lavoro concrete. Gli interventi prospettati variano strategicamente in base al livello di adesione dei genitori al progetto riparativo: dalla cooperazione di entrambi alla mancata adesione di uno o di entrambi i genitori. Particolare attenzione è stata riservata alle implicazioni operative per il Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU), con una proposta per la formulazione del quesito peritale, affinché sia capace di intercettare la complessità relazionale sin dall’inizio delle operazioni.
Infine, il convegno ha affrontato il delicato tema dell’ascolto del minore: è stato approfondito cosa significhi realmente “ascoltare” in contesti così carichi di tensione, delineando con chiarezza le controindicazioni all’ascolto diretto nei casi in cui il rifiuto sia palesemente indotto dal conflitto tra i genitori.

Perché è utile per lo Spazio Neutro?

Il modello emerso dal convegno rappresenta una risorsa metodologica fondamentale per chi opera nei servizi di Spazio Neutro, poiché permette di inquadrare la condotta del minore non come un dato isolato, ma come il segnale di una specifica dinamica relazionale.
La sistematizzazione del rifiuto in tre categorie funzionali — ovvero il rifiuto derivante da una fragilità pregressa del legame, quello indotto dal conflitto coniugale o quello scaturente da un vissuto traumatico — offre agli operatori una “bussola” per orientare l’osservazione e l’azione.
In questo contesto, lo Spazio Neutro cessa di essere un mero luogo di esecuzione di un provvedimento per diventare uno strumento di intervento prezioso, a patto che venga utilizzato propriamente, con le modalità e nei tempi più congrui rispetto alla specificità del caso.
Affinché ciò avvenga, è necessario che il servizio operi in costante dialogo con la rete multidisciplinare di professionisti, secondo un approccio integrato e coordinato.


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